Persona in ambiente deserto in completa solitudine

Solitudine: temuta nemica o potente alleata?

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Cosa ami di più? La solitudine. E cosa temi di più? La solitudine.
La lingua italiana utilizza un unico termine indistinto per esprimere un concetto in realtà altamente complesso e, spesso, ambivalente: solitudine

Ma cosa significa davvero?

In tal senso altre lingue ci vengono in aiuto nel definire le diverse sfumature possibili; in inglese distinguiamo “loneliness” da “solitude”, andando ad intendere rispettivamente due aspetti compresenti, ma estremi: il dolore di sentirsi soli, e il piacere provato nell’essere soli.

Ecco allora, forse il punto è: siamo soli o ci sentiamo soli?

– “Dove sono gli uomini?” chiese il Piccolo principe, “Si è un po’ soli nel deserto”.“Si è soli anche con gli uomini” rispose il serpente. – (Antoine de Saint-Exupéry – Il Piccolo principe).

Se ci riflettiamo, a volte ciò che determina la differenza non è il mondo esterno, da quante persone siamo circondati, o le cose che abbiamo da fare e che ci impediscono di soffermarci ad ascoltare noi stessi. Ciò che davvero conduce i nostri pensieri e le nostre emozioni in una direzione piuttosto che un’altra, è il nostro mondo interiore.

Quante volte vi sarà capitato di conoscere persone piene di nuovi amici ogni giorno, che vanno d’accordo sempre con tutti, che sembrano non risentire mai di nessuna situazione. E quante altre volte vi è capitato di trovarvi in un luogo affollato (un centro commerciale durante le spese di Natale, una strada trafficata…) e di rendervi conto che, in fondo, c’eravate solo voi, con i vostri pensieri? Ecco che ritornano le parole del Piccolo Principe, si può essere soli anche in compagnia, e si può essere completi anche in solitudine.

La solitudine è quindi qualcosa da temere? Da rifuggire strenuamente, riempiendo di attività e di presenze assenti la nostra vita? Forse invece la solitudine è anche una potente alleata, per trovare noi stessi, ascoltare, stare nel momento, in un periodo storico plasmato sul “tutto e subito”.

Imparare a stare soli e trovare conforto in sé stessi

Il naturale percorso di crescita dell’essere umano presuppone infatti l’acquisizione della capacità di stare da soli, di relazionarsi agli altri, ma riuscire a trovare conforto anche in sé stessi.

Il bambino, inizialmente coinvolto nel sublime rapporto fusionale con la madre, durante i nove mesi di  gestazione, nonché durante il primo anno di vita, impara man mano, grazie al fondamentale intervento del padre, che esiste qualcos’altro al di fuori della diade madre-figlio. Inizia così a tollerare la presenza del terzo, e, andando avanti, dovrà imparare ad accettare che la madre ha dei legami particolari anche con altre figure, in primis il padre, oltre che con lui. Come potrà sopportare questo peso?

Il pediatra psicoterapeuta Donald Winnicott (1896 – 1971) introduce a questo proposito un concetto interessante, quello di oggetto transizionale, per indicare un giocattolo prediletto dal bambino (un orsacchiotto o una bambola per dormire o simili), che egli utilizza per non sentirsi completamente solo nel passaggio dal rapporto simbiotico con la madre alla sua prima assunzione di responsabilità individuale, ad esempio dormire nel proprio letto. Se il bambino avrà potuto sperimentare una relazione empatica positiva con la madre, egli avrà introiettato, fatta propria, quella sicurezza, e potrà così farvi appello anche nei momenti in cui la madre non è fisicamente presente.

Ecco il passaggio fondamentale in cui ciascuno di noi apprende a stare da solo senza sentirsi solo, inizialmente grazie al trasferimento del “potere calmante” della madre ad un oggetto, per poi non aver più bisogno nemmeno di quello.

La solitudine positiva è qualcosa che comporta l’assenza, ma presuppone la presenza.

La solitudine allora può essere anche intrisa di significati, di presenze che evochiamo vicino a noi coi nostri ricordi, pensieri, gesti…Può essere un momento trasformativo, naturale, e va inclusa nella gamma di stati d’animo da provare e accogliere.

Quando sentiamo di star vivendo un momento di loneliness, ricordiamoci che fa parte della vita, che possiamo trasformarla in solitude, conferendole una connotazione positiva, trasformativa. Ovviamente è altrettanto importante non esigere troppo da sé stessi, non fingere di star bene quando si soffre, e comprendere quanto sia importante, sebbene difficile, ammettere di avere bisogno di qualcuno. In questi momenti, chiedere aiuto è un grande atto di consapevolezza e di forza, e può davvero fare la differenza tra il sentirsi soli e l’esserlo davvero.

“La più felice di tutte le vite è una solitudine affollata” (Voltaire)

Per dirlo con la musica…

Come si concilia la solitudine con il rapporto di coppia? Per parlarne vi rimando al prossimo articolo.

 

Dottoressa Marta de Luca

psicologa, psicoterapeuta psicodinamica in formazione

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