Coppia: due individualità in una?

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Amore: differenti declinazioni

Quante volte abbiamo sentito dire frasi come: “siamo una cosa sola”, “sei parte di me”, “sei mia/o”. Il primo sentimento leggendo o ascoltando frasi del genere potrebbe essere tenerezza, amore, oppure al contrario potrebbero apparirci esagerate, melense, o ancora suscitare invidia, sprezzo, svalutazione.

Perché tante e così diverse emozioni legate allo stesso concetto?

Perché l’amore è un concetto complicato, con innumerevoli sfaccettature, positive e negative, e non è sempre l’idillio che i poeti narrano, più spesso è un intreccio di reciproche, difficili, unicità quotidiane.

Ma non è forse questa l’essenza dello stare insieme? Ammettere qualcuno all’interno dello spazio unico e protetto della nostra quotidianità.

Temiamo la solitudine, ma anche la vicinanza

Forse molti di voi conosceranno già il dilemma dei porcospini di A. Schopenhauer, ma mi piacerebbe riprenderlo, come valido esempio per la vita di coppia:

“Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. Finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione. […]” Schopenhauer, (1851).

Spesso ciò che desideriamo è anche ciò che ci fa paura…

Ma cos’è che davvero spaventa nell’imbarcarsi in una relazione?

A volte pensiamo che l’avere bisogno di qualcuno al nostro fianco sia sinonimo di debolezza, che possa significare che non sappiamo fare affidamento solo su noi stessi per essere completi e felici. Altre volte invece si commette l’errore opposto: non concedersi mai del tempo per stare da soli, aggrappandosi a chiunque, purché sia qualcuno.

Come al solito, la verità giace, indisturbata, nel mezzo, sta a noi saperla cogliere.

Famiglia d’origine e scelta del partner

Un cenno va fatto riguardo l’influenza della famiglia d’origine nella scelta del partner (discorso che meriterebbe un approfondimento a parte).

Ciascuno di noi, in base al rapporto esperito con le figure di riferimento durante la primissima infanzia, apprenderà a rapportarsi in una maniera peculiare con l’altro, ad aspettarsi qualcosa, sia in positivo che in negativo, tenderà a ricercare, da adulto, un modello complementare o concordante rispetto a quello che ha interiorizzato.

Spesso infatti, purtroppo, modelli genitoriali abusanti o violenti (non solo fisicamente), fanno si che il bambino introietti un oggetto interno incostante, spaventante, non rassicurante, e che, quindi, da grande tenda a ricercare nel  partner una figura altrettanto dominante, perché quello è l’unico modello di relazione che conosce; peggio, tenderà ad essere egli stesso violento ed abusante, a causa delle esperienze vissute, che producono cambiamenti permanenti non solo comportamentali, ma anche anatomo-fisiologici.

Si usa solo ciò che si conosce

Al contrario, altre volte, si potrà intraprendere una via del tutto opposta, per svincolarsi da modelli genitoriali e di coppia che non condividiamo; spesso però, nonostante ciascuno di noi abbia detto almeno una volta nella vita: “non sarò mai come mia madre/padre”, inevitabilmente finiamo per riconciliarci con alcuni aspetti di ciò che abbiamo appreso nel nostro percorso, perché in fondo “si usa solo ciò che si conosce”.

Ovviamente non c’è una corrispondenza matematica, non è tutto scritto, ciascuno di noi ha il potere di rompere il circolo, e, soprattutto di chiedere aiuto.

In casi più rosei, comunque, seppur totalmente inconsapevolmente, cerchiamo ugualmente nell’altro un modello che si adatti, come un pezzo del puzzle, a ciò che abbiamo dentro, e ciò che siamo, è in gran parte frutto delle relazioni precoci esperite a partire dalla vita intrauterina.

Capire chi cerchiamo, allora, può darci anche un grande indizio su ciò che siamo, su quello che vogliamo e su come poterci evolvere nella nostra relazione.

Fidarsi, affidarsi, non perdersi


In ogni relazione si attraversano diverse fasi: la prima, forse la più declamata dagli artisti di ogni generazione, è l’innamoramento.
In questa fase la realtà è deformata dalle proiezioni delle nostre aspettative sull’altro; idealizziamo la persona che abbiamo davanti, esaltandone unicamente gli aspetti positivi, ci sembra di vivere in un mondo perfetto, quasi un’altra simbiosi materna, al riparo da ogni possibile attacco esterno.

E’ assolutamente normale, è una fase che tutti attraversiamo; il gioco del corteggiamento, la seduzione, lo scoprirsi a poco a poco, le attenzioni, l’idillio, sono stati d’animo che rimarranno impressi nella mente, e, spesso, a distanza di anni, quando la realtà si affaccia, saranno richiamati alla memoria, scatenando le frasi che noi tutti conosciamo, come: “non sei più lo stesso”.

E’ davvero così? Certo, ciascuno di noi cambia nel tempo, la personalità è fluida e si evolve, ma, in questo caso, siamo davanti ad un altro fenomeno, quello che, parlando di fasi della relazione, viene chiamato: “la frustrante scoperta dell’alterità dell’altro”.

L’apparenza inganna

Solitamente non è la persona che abbiamo davanti ad essere cambiata (con tutte le eccezioni che ogni caso singolo presenta), bensì è la realtà che ha rotto lo schermo rosa da dietro cui osservavamo l’altro durante la fase dell’innamoramento, presentandoci adesso la verità: ciascuno di noi ha aspetti positivi e negativi, ciascuno ha luci e ombre e non esiste l’intesa perfetta.

E’ qui che molte coppie cadono, è qui che alcuni scelgono di andare via, per ricercare quell’intesa idilliaca con qualcun altro, una prossima volta, e magari un’altra ancora, per permanere in uno stato di perenne gratificazione narcisistica derivante dal corteggiamento e dal flirt.

Non è questa la sede, né è possibile generalizzare riguardo a quale sia il comportamento più corretto, è certo che ciascuno debba fare ciò che lo fa stare bene, senza possibilmente ferire troppo il prossimo; l’intento di questo articolo è invece descrivere le possibili fasi di una relazione, in modo da riflettere insieme su ciò che proviamo.

Per i temerari che, invece, vanno avanti nel loro percorso di coppia, è necessaria l’accettazione della frustrazione, dell’ambivalenza, della contemporanea presenza di aspetti piacevoli e spiacevoli nell’altro e nella relazione, consapevoli che, in fondo, essere coppia comporti esattamente questo.

Non accettare passivamente ciò che non va, attenzione! Ma nemmeno negarlo completamente.

Questione di equilibri…

Quello che allora fa la differenza, è saper lavorare insieme su ciò che non va, essere in grado di rinunciare in piccole dosi ai propri bisogni per colmare anche quelli dell’altro, purché l’altro faccia altrettanto.

Riuscire a costruire un equilibrio tra gli aspetti gratificanti e quelli frustranti, in un continuo gioco di compensazione, flessibili come un elastico

Immaginiamo di avere un percorso davanti, in alcuni momenti se noi possiamo fare il 50% al nostro partner spetterà percorrere l’altra metà per riuscire a trovarci. Quando, a causa di periodi difficili della vita, noi possiamo fare solo il 30%, spetterà al nostro partner percorrere il restante 70%, ma, sempre nella certezza che, quando sarà il nostro turno, faremo altrettanto.

Eccolo allora il “segreto”: trovare qualcuno al quale potersi affidare, senza essere convinti che appoggiarsi all’altro significhi essere deboli: l’uomo non è un isola, ciascuno di noi necessita, volente o nolente degli altri (così come della solitudine).

L’equilibrio tra saper stare con sé stessi e saper star con l’altro, senza annullarsi, ma nemmeno rimanendo bloccati su posizioni irremovibili (“io sono così, se vuoi mi devi accettare e basta”) è una conquista spesso difficile, come per i porcospini di Schopenhauer.

Sta a noi saper modulare distanza, fiducia, aiuto e appoggio, per riuscire ad approdare alla ricetta per noi più consona.

Per concludere

Non dobbiamo avere paura di stare con noi stessi, in attesa di trovare qualcuno che sia compatibile. Ma nemmeno dobbiamo avere paura di ammettere che desideriamo qualcuno che si prenda cura di noi, qualcuno da cui tornare. Solo, facciamo in modo che quel qualcuno non sia chiunque.

Cerchiamo di essere per l’altro ciò che vorremmo l’altro fosse per noi. Siamo consapevoli che è normale volere qualcuno che sia testimone della nostra vita, qualcuno attraverso cui guardarsi e in cui rifugiarsi. Ma se prima di tutto non siamo per noi stessi tutto ciò, difficilmente potremo trovare qualcuno che soddisfi le nostre aspettative.

Per dirlo con la musica

dott.ssa Marta de Luca – Psicologa

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